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L’insegnante: una professione conveniente?

Formazione ruoli e professionalità dei docenti nella scuola e nella società contemporanea

 La figura professionale del docente subisce oggi attacchi da parte della pubblica opinione, sollecitata e guidata in modo particolare da una stampa visceralmente asservita a logiche più di spettacolo che di cultura, desiderosa più di apparire che di farsi strumento di una informazione oggettiva e corretta. Assistiamo ogni giorno alla presentazione di una scuola allo sfascio, priva di regole e di valori, incapace di fornire agli alunni conoscenze, abilità e competenze.

 

In realtà il quadro che si presenta è abbastanza critico.

Docenti abbandonati ai propri deliri di impotenza[1], frustrati e umiliati da una retribuzione che svilisce la loro preparazione e da una legislazione che li equipara a meri impiegati, non dando ad essi neppure la possibilità di avere una rappresentanza sindacale specifica e distinta dal resto del personale della scuola. Una situazione di disagio che si riflette sul lato umano e relazionale in una incapacità di valorizzare la propria funzione di equilibrata autorità e rigore nei confronti degli alunni, e il fenomeno del bullismo rappresenta forse il lato oscuro dell’indebolimento progressivo dell’autorità dei professori, di questa perdita di senso morale di ciò che è lecito e ciò che non lo è.

Da una parte sono sempre più pressanti le richieste, le pretese dei genitori,  maggiormente attenti a semplificare e a facilitare il percorso scolastico dei propri figli piuttosto che a verificare la qualità della loro preparazione e formazione.

Dall’altra le istituzioni che soffocano la professione docente in un mare di burocrazia, limitano, nonostante la tanto dichiarata autonomia spazi di azione e di riflessione, non forniscono adeguati strumenti tecnologici e didattici tali da incentivare la formazione personale e l’aggiornamento dei docenti, e nei casi estremi neppure una sede scolastica adeguata.

 

In un tale ambito la domanda sorge spontanea: l’insegnante oggi è una professione conveniente?

Per rispondere forse è opportuno analizzare la figura stessa del docente all’interno della società e della scuola.

 

Mestiere, professione o missione …

Occorre in primo luogo riflettere sul significato attribuito alla figura e al ruolo del docente che ha subito una progressiva regressione in ordine a prestigio, autorità e carisma sociale non riuscendo ad imporsi come una professione qualificante e gratificante.

L’immagine del docente oscilla tra diversi stereotipi: da una parte coloro che la denigrano considerandola molto erroneamente come un lavoro di comodo, di disimpegno e di routine, utilizzando, ad esempio, a sostegno del proprio pregiudizio le famigerate 18 ore curriculari che non solo non corrispondono all’effettivo impegno ma sono frutto di un lavoro intellettuale, relazionale complesso e non quantificabile o contabilizzabile univocamente in termini temporali; pensiamo alle attività, ai compensi richiesti da altri professionisti: nessuno si meraviglia di dover pagare determinate parcelle a medici o avvocati eppure anch’essi lavorano semplicemente con “materiale umano” come gli insegnanti. Come quantificare ad ore chi salva la vita o chi consente di far valere i propri diritti, primo fra tutti quello della libertà ? Ma non è, forse, ugualmente importante chi dà le basi per affrontare e creare un futuro migliore? Eppure due pesi due misure !

 

Dall’altra parte vi sono coloro che sono ancorati ad una visione assistenziale: il docente è il missionario colui che ha un compito importante per la società, da svolgere con spirito di abnegazione, sacrificio, completa dedizione … un lavoro che assume i contorni di una vocazione. I limiti e i pericoli di questa interpretazione, diffusa più di quanto non si pensi soprattutto fra i docenti stessi,  sono molti. Si va da una alterazione dei rapporti sociali all’interno della scuola fino a una perdita di stima e di autonomia: con gli alunni si ha l’instaurarsi di relazioni simbiotiche che possono portare alla perdita di oggettività valutativa e di autorità, l’insuccesso degli alunni diventa la propria personale sconfitta, con i colleghi si finisce per imporre la propria interpretazione di funzione e ruolo, con un eccesso di pressioni e di richieste, fino, in alcuni casi, a una perdita di autostima nel momento in cui uscendo dall’ambito scolastico  e interagendo nella quotidianità di tutti i giorni viene meno l’illusoria sicurezza di una personale gratificante utilità.

 

Verso la costruzione di una vera professionalità.

Tra queste due polarità estreme può e deve costruirsi l’interpretazione più matura e positiva del lavoro del docente: mestiere in quanto frutto di arte e di creatività ma professione in ordine alle competenze, alle capacità e alla qualità del “prodotto intellettuale e culturale” offerto. E’ necessario portare a termine una reale rivoluzione per equilibrare il livello professionale al ruolo qualificante e strategico che ogni docente svolge per la società contribuendo alla formazione delle generazioni future con la responsabilità di lavorare sinergicamente per il proprio e l’altrui destino.

 

In tale prospettiva diviene strategica e prioritaria una riqualificazione della docenza, affrontando il problema sotto diverse prospettive.

E’ innanzitutto prioritario focalizzare l’attenzione sulla formazione in entrata attraverso un accesso più rapido alla professione: non è qualificabile per un sistema scolastico efficace e competitivo consentire ai docenti di entrare in ruolo come titolari di cattedra dopo un periodo di servizio decennale, (in casi non così sporadici la durata del precariato si protrae anche oltre i quindici anni) durante i quali si è svolto lo stesso identico lavoro, con identiche responsabilità ed eguali attività con la sola differenza di una incertezza di continuità di servizio nello stesso istituto e diversa e minore retribuzione.

 

In secondo luogo è importante avere a disposizione la possibilità di partecipare, incentivati da adeguato supporto economico, a corsi formativi di aggiornamento, incontri culturali, convegni di settore e quant’altro in grado di rendere più stimolante[2], competitivo e innovativo l’insegnamento. In sintesi ben poca attenzione viene rivolta alla formazione continua durante il periodo dell’insegnamento: la scuola italiana è lontana anni luce dal sostegno formativo, in molti casi gratuito se non avallato da incentivi economici, offerto dalle aziende e non solo da esse.

 

Una carriera per i docenti

Diviene strategico, per un sistema scolastico che voglia dirsi competitivo e formativo per tutti gli agenti coinvolti nelle dinamiche del processo educativo  costruire le opportunità professionali e normative per una vera e propria carriera, che sia in grado di fondarsi sulla tanto menzionata meritocrazia[3],  e che consenta di valorizzare le capacità e l’impegno di ogni docente, nella direzione di una forte crescita culturale e sociale.

 

Importante è il tentativo in atto da parte di alcuni membri del Parlamento, di offrire anche ai docenti la possibilità di un percorso professionale qualificante attraverso una proposta di legge[4] volta ad “individuare dei meccanismi di carriera professionale per i docenti” con la definizione di

“1) uno stato giuridico essenziale che affermi i valori e i princìpi (a partire da quelli contenuti nella Costituzione) su cui fondare la professione dell'insegnante a tutti i livelli, in tutte le istituzioni scolastiche e formative;

2) una carriera, articolata in tre livelli (docente iniziale, ordinario ed esperto), fondata su modalità e su criteri di valutazione basati sul merito professionale (articolo 17), nonché un'articolazione del ruolo che garantisca alle istituzioni scolastiche e formative autonome professionalità e competenze adeguate, certificate, stabili e valutate (articolo 12);[5]

 

Un altro elemento significativo all’insegna di una progressiva riqualificazione professionale consiste nel poter raggiungere e usufruire di una rappresentanza sindacale autonoma[6]. Le attuali RSU rappresentano una “anomalia” organizzativa in quanto i docenti possono essere rappresentati in sede contrattuali da personale non docente della scuola, ossia dal personale tecnico amministrativo a quello ausiliario e questo elemento di fatto limita, in ordine di competenze informazioni e necessità l’attività contrattuale dei membri delle RSU stesse.

 

Conclusioni

 

Di fronte a tutto questo quale risposta può ragionevolmente essere data al quesito iniziale: insegnare oggi è una professione conveniente?

 

Sì, a condizione di poter essere uno strumento di innovazione e di cambiamento.

Sì, per accogliere la sfida di un mondo complesso e difficile: l’elemento umano è una delle variabili più instabili e affascinanti.

Sì, se si fa leva sul proprio coraggio, sulle proprie capacità e forze con umiltà e semplicità.

 

Insegnare oggi è una scommessa, una scommessa pascaliana [7]

 

 


 

[1] Alessandro Giuliani in Tecnica della Scuola del 22 maggio 2008 affronta il tema del disagio psicologico, del malessere che colpisce i docenti e che trova impreparati la dirigenza scolastica.

“Fare il docente è sempre più usurante: incertezza professionale, carriera bloccata, disagio nel rapporto con le nuove generazioni, scarsa considerazione sociale sono solo alcuni dei motivi che negli ultimi anni hanno trasformato una delle professioni ambite in un mestiere a rischio. A confermarlo ora sono anche i presidi: secondo una ricerca realizzata dall’Anp Associazione nazionale dirigenti e alte professionalità della scuola. in collaborazione con la fondazione Iard, non sapendo come gestire questo tipo di problemi i dirigenti spesso si rifugiano nel nulla di fatto o nel minimizzare le conseguenze.

 Anche i numeri parlano chiaro: dei docenti esaminati dai collegi medici quasi il 70% dei docenti è affetto da problemi psichiatrici, mentre appena pochi anni fa erano il 50%. L’indagine, presentata il 21 maggio a Montecitorio, ha esaminato un campione di oltre 1.100 dirigenti scolastici e quasi 300 collaboratori operanti in tutto il territorio nazionale: gli elementi più rilevanti sono che il 61% dei dirigenti scolastici con anzianità di servizio superiore ai 10 anni hanno affrontato direttamente casi di disagio mentale professionale durante la loro carriera. Solo il 12% del campione non ha mai incontrato, né sentito parlare, di insegnanti con problemi psichici.

Ebbene, quasi tre quarti del campione ritiene utile, “anche a costo di sacrificio”, proporre interventi o corsi di informazione relativi al disagio mentale rivolti ai docenti, favorendo così la prevenzione del rischio professionale, la condivisione dello stress nonché il reinserimento lavorativo protetto dagli insegnanti in difficoltà.

Lo studio ha fatto emergere che meno di 1 dirigente scolastico su 4 è a conoscenza dei rischi di salute di origine professionale negli insegnanti. La gran parte del campione si limita a riconoscere un “malessere” (il cosiddetto burnout), ma rifugge dal pensare che lo stesso possa gradualmente evolvere in patologia psichiatrica conclamata o concorrere a determinare infermità di altro tipo.

Decisamente significativo il fatto che meno dell’1% del campione ha risposto correttamente a tutte le domande, mentre un solo dirigente su venti applica il corretto iter per affrontare il problema. “E’ evidente – ha detto Giorgio Rembado, presidente dell’associazione nazionale dirigenti e alte professionalità della scuola – che i presidi si sentono giustamente impreparati a gestire i casi di disagio mentale e chiedono all’unanimità formazione e supporto specialistico nell’affrontare la materia”.

Il problema è che spesso i presidi non sanno proprio quale sia il male minore: “Molti tra quelli interpellati – dice sempre Rembado - onestamente dichiarano di non sentirsi preparati ad affrontare casi di disagio mentale professionale e pertanto all’occorrenza temono di dover gestire senza un’apposita formazione professionale situazioni di emergenza, stretti tra opposte reazioni difensive, quella dei soggetti afflitti da malessere che cercheranno di sottrarsi ad accertamenti diagnostici e le fondate proteste e preoccupazioni dei genitori”. Rembado tenta anche di indirizzare le istituzioni: “Il Governo non deve rimuovere un problema derivante dall'unione di due argomenti “scabrosi”: le patologie della scuola (bullismo, violenza sui minori, ecc.) e le patologie mentali, ma farsene carico”.

[2] Il docente, dopo gli iniziali pindarici voli d’entusiasmo, corre il rischio di farsi risucchiare dal comodo ma umiliante compromesso della ripetitività e della monotonia, se non ha l’opportunità di esprimere la proprie qualità e di valorizzare i propri talenti non egoisticamente per se stesso, ma al contrario per preparare con maggiore efficacia e competenza gli alunni e collaborare sinergicamente coi colleghi.

 

[3] E’ di questi giorni il richiamo della neo Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia che in un articolo pubblicato dal Sole24ore di sabato 31 maggio 2008, ad una scuola che sappia valorizzare il merito. La Marcegaglia ritiene la riforma della scuola una priorità per la competitività del Paese “Metterei le riforme per la scuola, l’università e la ricerca al primo posto (…) il vero modo per aiutare le persone è renderle più istruite, qualificate e con più capacità di comprendere il cambiamento del mondo” . Alle spalle -(scrive Carmine Fotina autore dell’articolo)- ci sono errori che hanno penalizzato la meritocrazia a favore di un egualitarismo al ribasso che ha continuato a premiare la classe docente solo in base all’anzianità. Usciamo da questo schema dice  Marcegaglia, e inneschiamo finalmente una “competizione dei talenti”.

 

[4] Proposta di  Legge n.953 del 12 maggio 2008 dell’On Valentina Aprea, Presidente della Commissione Cultura della Camera. (Norme per l'autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti)

 

[5] Ibidem.  Si riporta per completezza, il comma 1,2,3 del’articolo 17 e il comma 1 dell’articolo 12, della proposta di Legge n. 953    

Art.17 comma 1. La professione docente è articolata nei tre distinti livelli di docente iniziale, docente ordinario e docente esperto, cui corrisponde un distinto riconoscimento giuridico ed economico della professionalità maturata. L'articolazione in livelli non implica sovraordinazione gerarchica gli articoli citati.

Art.17 comma 2. Ai docenti esperti sono attribuite responsabilità anche in relazione ad attività di formazione iniziale e di aggiornamento permanente degli altri docenti, di coordinamento di dipartimenti o gruppi di progetto, di valutazione interna ed esterna e di collaborazione con il dirigente dell'istituzione scolastica. Per lo svolgimento di funzioni complesse nell'ambito dell'istituzione scolastica, possono essere conferiti incarichi ulteriori rispetto all'insegnamento, esclusivamente a docenti ordinari o esperti, remunerati con specifiche retribuzioni aggiuntive rispetto allo stipendio maturato, nell'ambito delle risorse iscritte in un apposito fondo di istituto.

Art.17 comma 3. All'interno di ciascun livello professionale di cui al comma 1 è disposta la progressione economica automatica per anzianità, secondo aumenti a cadenza biennale, da quantificare in sede di contrattazione collettiva. Fermo restando quanto disposto dall'articolo 22, la contrattazione collettiva definisce altresì il trattamento economico differenziato da attribuire a ciascuno dei livelli di cui al citato comma 1.

 Art.12 comma 1. La Repubblica riconosce e valorizza la professione dell'insegnante, ne assicura la libertà e ne garantisce la qualità, attraverso una formazione specifica iniziale e continua, un efficace sistema di reclutamento e uno sviluppo di carriera e retributivo per merito.



 

[6] Significativo a tal riguardo è l’art. 22 della Legge citata (Contrattazione, area contrattuale autonoma e rappresentanza regionale sindacale unitaria d'area).

 

     1. Al fine di garantire l'autonomia della professione docente e la libertà di insegnamento, è istituita l'area contrattuale della professione docente come articolazione autonoma del comparto scuola. Le materie riservate alla contrattazione nazionale e integrativa regionale e di istituto sono individuate secondo criteri di essenzialità e di compatibilità con i princìpi fissati dalla presente legge.

 

      2. In relazione a quanto disposto dal comma 1, è istituita la rappresentanza regionale sindacale unitaria d'area, composta esclusivamente da rappresentanti sindacali dell'area dei docenti. Ad essa si applicano le disposizioni di cui all'articolo 43, commi 3 e seguenti, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nonché all'accordo collettivo quadro 7 agosto 1998, pubblicato nel supplemento ordinario n.150 alla Gazzetta Ufficiale n. 207 del 5 settembre 1998, concernente la costituzione delle rappresentanze sindacali unitarie per il personale dei comparti delle pubbliche amministrazioni e la definizione del relativo regolamento elettorale. Conseguentemente è soppressa la rappresentanza sindacale unitaria dell'istituzione scolastica.

 

[7] “- Esaminiamo dunque questo punto e diciamo “Dio esiste, o non esiste”Ma da quale parte inclineremo’ La ragione non vi può determinare nulla; c’è un caos infinito che ci separa. Si gioca un gioco, all’estremità di questa distanza infinita, in cui uscirà o testa o croce. Su cosa scommetterete? Con la ragione, voi non potete fare né l’una né l’altra scelta; con la ragione , non potete sostenere nessuna delle due . (…)

- Si: ma bisogna scommettere. Questo non è lasciato al libero volere, voi siete imbarcato. Ma cosa sceglierete dunque? Guardiamo dal momento che bisogna scegliere, guardiamo ciò che vi interessa di meno. Avete due cose da  perdere. Il vero e il bene, e due cose da impegnare: la vostra ragione e la vostra volontà, la vostra conoscenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha due cose da fuggire l’errore e la miseria. (…) Pesiamo il guadagno e la perdita, puntando croce, che Dio esiste . Valutiamo questi due casi: se vincete, vincete tutto, se perdete, non perdete nulla. Scommettete, dunque, che Dio esiste, senza esitare.”

Blaise Pascal, Pensieri, L’uomo con Dio 451 Infinito- nulla.

Tratto da: Blaise Pascal, Pensieri, opuscoli lettere, Ed. Rusconi, 1984 pp.574-575.